Beauty can appear through the strangest paths / La bellezza può passare per le più strane vie

Filed under: Stuff... pfu... — Ilias Bartolini at 11:13 pm on Monday, July 11, 2016

(30th July 2015) - Italian original version below

Beauty can appear through the strangest paths

Two weeks are just fading away, two weeks spent in Italy across two activism camps between Corviale, in the Rome suburbs, and Lampedusa island, the crossroad of the Mediterranean sea.
Between these two locations is emerging slowly a common thread… or maybe better calling it a suture thread, a thread that is trying to heal some of the wounds of our collective hypocrisy in which we keep sailing.

“With immigrants you can make much more money than with drug dealing”: we listened to these words in Corviale, from the intercepted conversations of Salvatore Buzzi as part of the “Mafia Capitale” criminal investigations.

Hundreds of kilometers away in Lampedusa, Kareem, is telling in person his story: He is forced to live in Rome because of the grotesque regulations of the Dublin treaty. He was forced first to fly out from Baghdad for non leaning himself to criminal intimidations and then he was sent back to Italy while he was trying to build his new life in Europe. Borders still exist in Europe, but they’re present only for him and all those people who are much more in need of our solidarity.

Between these stories we understand that the Italian rescue and caring system is divided in tragic contrasts.

In Lampedusa, on one side, we met Paola that with a small bunch of volounteers keeps going to the harbour on every mooring operation. Someone goes to offer an hot tea, someone just to offer a bit of humanity through a smile. Different ways to give refreshment to these people carrying stares exhausted by fatigue but also full of a new hope when touching the ground of this new land.

On this island we met Sea-Watch, a volounteering organisation who sailed with their boat from the Northern Sea on the German coast. Now they started organising to support the rescue operations in the sea and are trying to prevent the mass grave of the Mediterranean to swallow yet more lives.

Those hugs of solidarity are reaching the Roman coast of Ostia where we listened the story of Sara, a woman who is committed in the Alina project helping other women to get out of the exploitation system of prostitution. A system in which many African women are trapped as a “cheap product” and victims of multiple exploitation systems.

While on one side we have encountered stories of solidarity, from the other side lies hypocrisy and a code of silence.
The hypocrisy of the rescue and care system that tears away humanity from the flesh of the immigrants.
Here for about 50 euro per day is not too bad, if a bureaucratic process slows down: so our reception centres will become increasingly overcrowded and who manages them makes more profit.
Here the system is not too bad, if it continues operating in a constant state of “emergency”: so we can avoid transparent public tendering processes and facilitate mafia infiltrations.
Here the long waiting is not too bad, if it becomes an excuse for asylum seekers to escape Italy cross borders illegally: so my government can ignore these “unregistered” lives and dump the burden on the rest of Europe or in worst cases in the hands of criminal organizations.

Between these two realities there are multiple stories summarised by a stare.
Now I am on an old train on the way back home, we just left from the Wörgl station in Austria. In front of me the face and terrified look of an Eritrean guy who jumped inside my same train compartment.
He shakes with fear, mumbles a few words in English and others in a language unknown to me. He closes as best as possible the curtain overlooking the corridor to hide himself, and then reopens it just a little to check who is coming the other way. There are voices of policemen and other asylum seekers outside.
Minutes elapse. The train slows down as it approaches the next station.
Here comes a policeman with plain-clothes, opens the door, he stares with an admonishing look for trying in vain to escape: “We’re in Rosenheim, this is Germany, you must get down here!”.
The stare of the boy is terrified and resigned at the same time. He does not understand: “Why in Germany? What awaits me now?”

In these way our hypocrisy continues to survive between those eyes full of hope in the landing dock and this terrified stare on a train.

Our hypocrisy survives while European policies force asylum seekers to act illegally as the only option for rebuilding their lives.
Our hypocrisy survives while the media transforms stories of people landing into anonymous numbers that society can learn to ignore and blame.
Our hypocrisy survives while the criminal organizations take control of the aid system.
Our hypocrisy survives while other forgotten lives are drowning in the Mediterranean.

Thanks to the organizations of “Libera, names and numbers against mafia” and “Amnesty International” and all participants in their camps for your commitment to a more just system.

Our solidarity against your repression.

Italian origianl

Sono appena trascorse due settimane in due campi tra Corviale, una delle periferie dimenticate di Roma, e Lampedusa, crocevia del Mediterraneo.
Da questi due luoghi lentamente emerge un filo conduttore… o forse meglio dire un filo di sutura, un filo che chiude alcune ferite dell’ignoranza collettiva in cui continuiamo a navigare.

A Corviale ascoltiamo le registrazioni delle intercettazioni a Salvatore Buzzi parte delle inchieste di Mafia Capitale: «Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga»

Kareem a Lampedusa invece ci racconta la sua storia in prima persona: Lui a Roma è obbligato a restarci a causa di stupide regole. Prima costretto a fuggire da Bagdad per non essersi piegato ad intimidazioni criminali e poi rimandato in Italia mentre tentava di costruire la sua nuova vita in Europa. Esistono ancora i confini in Europa, ma sono solo validi per lui e per tutti coloro che più avrebbero bisogno della nostra solidarietà.

Così tra queste storie capiamo che il nostro sistema di accoglienza si divide in tragici contrasti.

Da un lato abbiamo incontrato Paola e un manipolo di volontari che continuamente si recano al porto durante gli sbarchi al porto. Chi per offrire un the caldo, chi per offrire solo un sorriso. Modi diversi per rifocillare queste persone dallo sguardo stremato di fatica ma anche pieno di nuova speranza su questa nuova terra ferma.

E sempre qui sull’isola abbiamo incontrato quei cittadini che sono partiti con una barca dal Nord Europa e si sono organizzati per aiutare le operazioni di soccorso qui in mare ed evitare che la fossa comune del Mediterraneo inghiotta ancora più vite.

Questi abbracci di solidarietà raggiungono le coste romane di Ostia dove ascoltiamo il racconto di Sara che si impegna per aiutare moltissime donne ad uscire dal circolo dello sfruttamento della prostituzione. Un sistema in cui tante donne africane restano intrappolate come “merce di serie B” vittime di molteplici ingiustizie.

Se da un lato abbiamo incontrato storie di solidarietà dall’altro invece vive l’ipocrisia e l’omertà.
L’ipocrisia di un sistema d’accoglienza che quasi strappa l’umanità dalle carni di queste persone. Dove per circa 50 euro al giorno non è poi tanto male se una pratica burocratica rallenta: così i nostri centri d’accoglienza saranno sempre più stracolmi.
Dove non è poi tanto male se persiste continuamente uno stato d’emergenza: così possiamo evitare gare d’appalto e facilitare le infiltrazioni mafiose.
Dove il lungo limbo d’attesa non è poi tanto male se diventa una scusa per i richiedenti asilo ad attraversare illegalmente le frontiere: così il nostro governo può ignorare queste vite “non registrate” e scaricare il fardello sul resto d’Europa o nei casi peggiori nelle mani della criminalità organizzata.

In mezzo a queste due realtà resta uno sguardo.
Siamo appena partiti da Wörgl in Austria, sono su un vecchio treno sulla via del ritorno. Di fronte a me il volto e lo sguardo terrorizzato di un ragazzo eritreo che si è gettato nel mio stesso scopartimento.
Lui trema dalla paura, farfuglia alcune parole in inglese ed altre in una lingua a me sconosciuta. Chiude al meglio possibile la tendina che si affaccia sul corridoio per nascondersi, e poi la riapre appena un po’ per spiare chi sta arrivando dall’altra parte.
Passano i minuti. Il treno rallenta mentre si avvicina alla prossima stazione.
Arriva un poliziotto in borghese, lo fissa con uno sguardo paternalistico e quasi lo ammonisce per averci provato inutilmente: “We’re in Rosenheim, this is Germany, you must get down here!”.
Lo sguardo del ragazzo è terrorizzato e rassegnato allo stesso tempo. Non comprende: “Perché in Germania? Cosa mi aspetta ora?”

Così la nostra ipocrisia continua a sopravvivere tra quello sguardo di speranza allo sbarco e questo volto terrorizzato su un treno.

La nostra ipocrisia sopravvive mentre trattati Europei obbligano coloro in cerca di asilo ad agire illegalmente come unica opzione per ricostruire la loro vita.
La nostra ipocrisia sopravvive mentre le mafie prendono il controllo del sistema degli aiuti di stato.
La nostra ipocrisia sopravvive mentre gli sbarchi al telegiornale trasformano storie di persone in aridi numeri che impariamo ad ignorare.
La nostra ipocrisia sopravvive mentre altre vite a cui neghiamo un passaggio sicuro vengono annegate nel Mediterraneo.

In memoria di coloro che hanno perso la vita difendendo i diritti degli altri e dando la voce ai meno privilegiati: Peppino Impastato, Vittorio Arrigoni ed Aaron Swartz.

Grazie alle associazioni di Libera ed Amnesty International e tutti i partecipanti ai loro campi per il vostro impegno.

La nostra solidarietà contro la vostra repressione.

L’occhio guarda, per questo è fondamentale.
È l’unico che può accorgersi della bellezza.
La bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune.
E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale.
Diciamo meglio che può capitare di vederla.
Dipende da dove svela.
Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà.
Occhi chiusi. Occhi che non vedono più.
Che non sono più curiosi.
Che non si aspettano che accada più niente.
Forse perché non credono che la bellezza esista.
Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.

(Pier Paolo Pasolini)

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